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domenica 22 novembre 2009

ABC theory



Secondo la teoria del ABC, il nostro contatto con la realtà è sempre mediato da un elemento intermedio di cui spesso ci dimentichiamo. Per realtà qui s'intende la realtà linguistica, quella della comunicazione verbale o, molto più incisiva, non-verbale.

ABC è l'acronimo per le parole inglesi Adversity, Belief, Consequence. Quando succede qualcosa che turba il nostro animo (consequence), erroneamente pensiamo che la causa del nostro turbamento stia nella realtà, in un determinato evento (adversity) che si è prodotto. Dimenticandoci cosí dell'elemento intermedio (belief), che invece è la vera causa scatenante. L'adversity scatena un belief automatico che si risolve in una consequence.

Ma facciamo un esempio. Stiamo camminando lungo una via quando, sul marciapiede opposto, vediamo passare un nostro amico. Facciamo un segno per attirare la sua attenzione, lui alza la testa, ci guarda, sembra vederci, forse ci riconosce ma comunque passa oltre senza salutare -adversity. Subito sentiamo montarci dentro un senso di risentimento verso il nostro amico. Pensiamo cosa possiamo avergli fatto di male, perché ce l'abbia tanto con noi da toglierci il saluto. Prima magari ci sentiamo un po' in colpa, ma poi risolviamo di non aver fatto nulla. Lo abbiamo sempre aiutato con i suoi problemi, addirittura più di quanto ci abbia mai aiutato lui! Consequence: ci arrabbiamo con il nostro amico

lunedì 2 novembre 2009

Realisti e normalizzatori

Il mondo si divide in realisti e normalizzatori. I primi sono quelli che cercano di capire il mondo com'è, senza pregiudizi, perché sanno che è l'unico modo per riuscire a migliorarlo davvero. I secondi se ne sbattono di come il mondo è, ma vogliono soltanto imporre qualcosa che loro ritengono normale. Benché ogni giorno gli si presentino casi che smentiscono l'idea di normalità che si son fatti, non sono comunque disposti a cambiarla. C'è chi non riesce a vedere per ignoranza, e chi non vuole per guadagno o ipocrisia. Molti però lo fanno per paura.

Essendo mia madre devota cattolica, da ragazzo non era raro ritrovarsi a casa per cena qualche prete. Sono molto divertenti i preti. Diciamo i cattolici in generale. In fondo, il più delle volte, sono quelli che si chiamano "brave persone". E, in effetti, lo sono davvero. Ciò non toglie che si sbaglino su tante cose. Una sera era venuto fuori con il prete di turno un discorso, molto interessante, sulla sessualità. Lui sosteneva che la sessualità doveva necessariamente essere sottoposta a controllo e limitazione, altrimenti sarebbe diventata dionisiaca. Sí, dionisiaca. Questo il termine che usò. Nel senso di sfrenata, ai limiti delle decenza, eccessiva, financo violenta a giudicare dalla luce che gli si accese negli occhi nel pronunciare quella parola: dionisiaca.

martedì 20 ottobre 2009

La proiezione dell'ombra


Fra i meccanismi psicologici che più mi affascinano c'è la cosiddetta "proiezione dell'ombra". Con questa bella espressione Jung intendeva tutte quelle volte che attribuiamo all'altro aspetti della nostra personalità, lati oscuri che riferiti a noi stessi non potremmo accettare. Proiettiamo la nostra l'ombra su chi ci sta vicino.

Quando qualcuno ci sta criticando, con una certa veemenza o pretesa di morale superiorità, c'è sempre da chiedersi che tipo di proiezione stia compiendo, quale ritiene inconsciamente essere la propria mancanza. Già perché, nel fondo, ognuno di noi s'interessa pochissimo dell'altro: in primo luogo s'interessa sempre di se stesso. Ed è giusto e naturale che sia cosí. Un'altruista idealista è estremamente pericoloso; mentre un'intelligente egoista è del tutto innocuo. Consapevole il secondo di come sia difficile ridere da soli; incapace il primo di ridere con chi gli sta intorno.

Insomma, ritornando a tema, non ce ne può fregare di meno di ciò che l'altro è, fa, dice. Ognuno di noi si preoccupa di se stesso, soprattutto quando si riferisce all'altro, soltanto che non se ne rende conto. Perché il meccanismo è del tutto inconscio, sedimentato nel nostro comportamento da anni di pratica e ripetizione.

Allora, nel momento in cui ci si trova sotto attacco, basta cercare nella biografia dell'avversario di turno qualcosa che abbia a che fare con l'attacco stesso che ci rivolge -e state sicuri che c'è - per restituirgli gentilmente l'ombra. "Sí, amico, può darsi che tu non abbia tutti i torti. Ma guarda invece tu..."

La proiezione dell'ombra, se vogliamo, è un po' la versione raffinata, psicanalitica del "vedere la pagliuzza nell'occhio dell'altro e non la trave nel proprio."

"Tutto ciò che degli altri ci irrita può portarci alla comprensione di noi stessi" C.G.Jung

lunedì 12 ottobre 2009

I pupazzi della Storia


Berlusconi sta per cadere. È incredibile come nella realtà si torni sempre a recitare il canovaccio di un medesimo dramma consegnatoci dalla Storia. Napoleone e Hitler, vengono a mente personaggi dalle psicologie affini, caratterizzati nei loro giorni finali da un medesimo meccanismo psicologico di "scollamento dalla realtà".

Berlusconi punta all'ultimo grande assalto: la repubblica presidenziale, il plebiscito. Pagine già scritte. I cosiddetti protagonisti della Storia si trasformano in pupazzi. Intrappolati in un dramma di cui non sono padroni. Potenti nelle loro azioni ma non liberi. Incapaci di ascoltare perché sprovvisti di quella sana umiltà che gli permetterebbe di correggere il tiro. Feriti nell'orgoglio e accecati dal rancore.

Come ci dovette provare al tempo qualche gerarca nazista, dicono che oggi Ghedini stia cercando di far ragionare il Capo. Offrendogli strategie alternative per moderarne le pretese. Ma non riuscirà a imporsi chi ha paura di alzare la voce. Lui in fondo si è sempre limitato a dispensare consigli, non l'hanno mai pagato per prender decisioni. E il Capo poi, è ben degno di questo titolo. Più volte ha sorpreso avversarsi e amici con le sue miracolose doti strategiche, i suoi riusciti colpi di mano. Che avesse ragione anche questa volta? O andrà a finire che pure Ghedini s'inghiottirà la pasticca di cianuro con il suo Führer?

venerdì 11 settembre 2009

Teoria della dissonanza cognitiva


Secondo la teoria della "cognitive dissonance", molti dei nostri malesseri derivano da un costante conflitto interiore che consuma grandi quantità di energie. Essendo il conflitto quasi sempre inconscio ci sentiamo stanchi senza sapere perché, e senza che ci sembri di aver fatto granché.

In realtà non abbiamo smesso per un secondo di usare l'organo che consuma l'80% dell'energia dell'organismo. Intendo il cervello.

Una dissonanza cognitiva (o conflitto interiore) è tanto più debilitante quanto più ha a che fare con la "self-image", l'idea che abbiamo di noi stessi. È evidente. Perché amiamo l'idea che ci siamo fatti di noi stessi più di noi stessi. E soprattutto, amiamo l'idea che ci siamo fatti di noi stessi più della felicità.

Nel momento in cui riusciamo a risolvere il conflitto interiore, rilasciamo la tensione nervosa accumulata e sentiamo come un nodo sciogliersi mentre un profondo sollievo inonda l'organismo.

Ma il più delle volte ciò non avviene, perché sciogliere il nodo comporta la rinuncia alla self-image. Preferiamo finire strozzati piuttosto che deludere l'ego. Da ciò deriva un fenomeno curiossisimo ma comprensibile alla luce di questa teoria, elaborata da un certo Festinger. Nel 1950, Festinger vuole capire perché i membri di una setta, convinti che la Terra sarebbe stata distrutta il 21 dicembre dello stesso anno mentre loro sarebbero stati salvati dagli alieni, nel momento in cui il fatto non si verficò, il culto per le credenze della setta non diminuì affatto, al contrario aumentò. Benché i fatti smentissero le teorie (nessun ometto verde si era presentato alla porta della congregazione e il mondo era ancora tutto lì), i membri della setta divennero ancora più devoti e fanatici. Perché?

Perché, secondo Festinger, la dissonanza della convinzione inconscia di essere stati cosí stupidi era talmente grande e minacciosa per la self-image che, al posto di rivedere le loro credenze per farle coincidere con i fatti, rivisitarono i fatti per salvare le credenze: grazie alla devozione della setta, gli alieni non avevano salvato loro ma il mondo intero.

C'è poco da ridere. Tutti noi ogni giorno compiamo acrobazie logiche di questo tipo pur di non ammettere che si è fatta una cazzata. In Italia oggi, ad esempio, più Berlusconi si dimostra per quello che è (un ometto verde), più i sondaggi di gradimento in suo favore crescono. Perché?

lunedì 3 agosto 2009

Stato di flusso


Secondo questo psicologo dal nome impronunciabile, la mente umana entra in stato di flusso quando riesce a immergersi pacificamente in un'attività: la pittura, il calcolo, uno strumento musicale o la catena di montaggio. Lo stato di flusso è una dimensione della coscienza di rilassata concentrazione, durante la quale siamo in grado di dare il meglio di noi stessi senza nessuno sforzo. Nella lingua inglese c'è un modo di dire che rende l'idea perfettamente: to work away. Ciò comporta un piacevole stato di riposante soddisfazione, a tratti interrotto da momenti di entusiasmante sorpresa per la nostra stessa bravura. In pratica: la felicità.

D'altro canto, pare che lo sforzo bisogna mettercelo prima, dedicandosi all'attività prescelta per almeno 10.000 ore (all'incirca 10 anni), in modo da raggiungere un livello di prestazione tale da poter facilmente entrare in stato di flusso ogni qual volta la esercitiamo.


Mihaly Csikszentmihalyi has contributed pioneering work to our understanding of happiness, creativity, human fulfillment and the notion of "flow" -- a state of heightened focus and immersion in activities such as art, play and work.
(Fonte: ted.com)

Qui trovate una sua conferenza in inglese coi sottotitoli

domenica 28 giugno 2009

Cosa ti serve conquistare il mondo se hai perduto la tua anima?


Da piccolo il padre arrivava anche a frustarlo durante le prove incessanti negli studio ma, per quanto ce la mettesse tutta, il figlio non ottenne mai l'amore sperato, sentendosi per il resto della vita come un robot -che poi era il modo in cui Micheal Jackson ballava.

martedì 3 marzo 2009

Die Welle



Ron Jones è stato insegnante a Palo Alto, in California, conosciuto per aver eseguito nell'aprile del 1967 l'esperimento chiamato The third wave (in italiano: La terza onda). Da questo esperimento è tratto il libro The Wave di Todd Strasser e, nel 2008, è uscito il film ispirato al libro, Die Welle di Dennis Gansel. Attualmente Ron Jones tiene conferenze e seminari riguardo questo suo esperimento e le sue implicazioni.
(fonte: Wikipedia)

Il film è diventato visione obbligatoria per gli studenti delle scuole tedesche.
(fonte: mia sorella Caterina che vive in Germania)

Una delle migliori trasposizioni cinematografiche delle idee dei pensatori della Scuola di Francoforte.
(fonte: pigiored)

domenica 1 marzo 2009

La mafia che avanza



La democrazia si difende palmo a palmo. Mentre la mafia avanza fisicamente lungo la penisola, e Roma capitale implode nella corruzione, lo sconforto prende piede dentro di noi e cala a fondo negli animi. La democrazia è anzittutto una condizione interiore. Una sorta di vitalità. La libertà di poter dire e fare ciò che si vuole -in quanto non si faccia danno a nessuno -e di affermare le proprie potenzialità, operando in una società che valorizzi gli aspetti alti dell'animo umano: il coraggio, il merito, l'impresa. La mafia è anch'essa una condizione interiore. Nasce dalla paura, dall'insicurezza e dalla viltà. Il passaggio dall'una all'altra condizione non è poi cosí difficile. Basta un po' di coraggio, di determinazione e di unione tra le persone.

Andiamo verso un'Italia in cui a rischio è la democrazia. La chance di vivere una vita piena e felice e, soprattutto, libera. Non assoggettiamoci alle usurpazioni, non interiorizziamo uno stato di costante autocensura: per paura di offendere o di essere offesi. Dobbiamo in primo luogo esprimere noi stessi. Ciò conta più di vivere. La vita senza espressione è morte in vita. Oggi la chiamiamo con un altro nome, e ne abbiamo fatto una malattia. Ma non è nient'altro che questo. Non m'interessa vivere, diceva Henry Miller, m'interessa esprimere me stesso.

Non ci è possibile fare altrimenti. Questa è la sola cura. Questa è l'essenza della democrazia che, come ogni altra cosa, trova le sue vere radici nel profondo dell'animo umano.

martedì 30 dicembre 2008

Il bello, il buono e l'intelligente


Ci sono 3 forme di schiavitù nella società moderna che, a mio parere, non sono state dovutamente segnalate. Rispondono a questi 3 concetti: il bello, il buono e l'intelligente. Sono falsi miti che solo ci procurano un sacco di sofferenze. Dietro di essi si nasconde la più sottile delle manipolazioni imposta dalla società alla libera espressione dell'individuo e al pieno godimento del corpo. Ma andiamo per ordine.
Bello non vuol dire nulla. Il bello, come tutti sappiamo, è condizionato dal tempo in cui viviamo. Nella società dei consumi è una cosa, nel Rinascimento era un altra (vedi maniglie d'amore della Venere del Botticelli). Ne sono soprattutto schiave le donne, ma anche gli uomini, quest'ultimi spesso per via indiretta, ossia attraverso la vanità del loro ego: possono esibire la bella donna al loro fianco. Al bello va sostituito l'erotico. È molto più reale e tangibile. È la calda inspegabile attrazione che ci trascina verso un'altra persona. Quel sano desiderio che, credetemi, ha più a che vedere con gli odori che con l'aspetto fisico. Si chiamano feromoni.
Il buono. Il buono, come si sa, è spesso un frustrato: masochista con l'ossessione di non voler offendere nessuno ma sempre offendendo se stesso. In casi estremi, diventa l'insetto di Kafka. Diffidate dei buoni. I proverbi al rispetto non mancano. "Le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni". In genere dietro la finta bontà si nascondono le nostre debolezze. Le persone più pericolose, gli infami che ti pugnalano alla schiena sono gli stupidi, i deboli o i ben intenzionati. Dei tre, i più pericolosi sono di gran lunga gli ultimi. Alla bontà va sostituita l'autonomia, quindi. L'autenticità. Non dobbiamo essere buoni; dobbiamo essere noi stessi.
Da ultimi gli intelligenti. Intelligente... Cosa mai vorrà dire questa parola? Non c'è concetto più fuorviante. Può voler dire tutto o niente. Di certo non è l'intelligenza che serve nella vita, semmai il carattere. Ne sono soprattutto schiavi gli uomini, e alcune donne. In genere i più intelligenti sono i meno onesti, i furbi, o i più capaci nel costruire sofisticate giustificazioni a sostegno delle loro azioni riprovevoli, se sono intellettuali. Vedi razionalizzazione. All'intelligenza va sostituito il concetto di consapevolezza.
Allora non più bello, buono e intelligente. Ma erotico, autentico e consapevole.

domenica 23 novembre 2008

I veneziani di Chesterton



Secondo Gilbert Keith Chesterton, il viaggiatore romantico che approda a Venezia e che, incantato dall'esotismo della città, s'innamora dei suoi abitanti, lo fa in quanto questi per lui sono solo veneziani. Mentre la strada sotto casa, quella invece è abitata da uomini. C'è da dire che se il viaggiatore romantico vede i veneziani in quanto esotici, questi da parte loro fanno tutto il possibile per non deluderlo. Fanno appunto i "veneziani". (Da cui l'espressione "Non fare il veneziano!") Ma presto si stancano di recitare la parte, e tornano ad essere uomini come tutti gli altri. Spariscono i "veneziani" e San Marco si dissolve nella nebbia.

to be continued...